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PERCHÉ GIOCANO I PIÙ ALTI?

I figli vanno sostenuti e aiutati a superare quelli che noi e loro consideriamo dei limiti, aiutandoli a esprimere le qualità e il talento che ognuno di noi possiede.

Sempre più frequentemente i genitori dei bambini che giocano a calcio mi chiedono suggerimenti su come sostenere il proprio figlio di fronte alla sua preoccupazione di essere svantaggiato, nelle scelte del mister, per la sua bassa statura. Effettivamente non si può negare che attualmente nel calcio giovanile, a parità di livello prestazionale, ci sia una tendenza generale delle società sportive a mettere in campo i ragazzi più alti.

La preoccupazione per la propria statura non è sempre evocata semplicemente da una fantasia, soprattutto da parte di tanti adolescenti sottoposti alle trasformazioni tipiche della loro età e che non sempre seguono lo stesso ritmo di crescita, provocando momentanee ma significative differenze staturali tra ragazzi che spesso influenzano la loro emotività. Spesso essere svantaggiati dall'essere più bassi degli altri rappresenta un dato reale che il giovane atleta percepisce come un ostacolo effettivo, ma senza entrare nella valutazione della tendenza delle società sportive che investono sul "fisico" della squadra, noi adulti dobbiamo predisporci a proteggere la formazione dell'autostima di tutti i ragazzi indistintamente.

MESSI E EINSTEIN

Spetta agli istruttori esortare gli allievi a credere in loro stessi al di là di quelle che sono le loro caratteristiche fisiche. Si può riuscire a far questo con successo se ci si rivolge ai giovani atleti pensando ognuno di loro portatore di potenzialità inestimabili che, se stimolate adeguatamente, possono rivelare talenti sorprendenti tali da compensare anche centimetri di statura non ancora sbocciati o che non sbocceranno mai. In questo senso molto ci insegna il vivaio del Barcellona, dove l'altezza dei bambini è un dettaglio irrisorio. E guarda un po' proprio da lì è sbocciato Lionel Messi, nonostante a 13 anni fosse alto 1.40 cm.

La variabile determinante che lo ha favorito è stata proprio la fiducia e la lungimiranza degli adulti che lo hanno cresciuto e che non si sono fermati alla lettura di un limite, ma hanno colto nelle sfumature del suo carattere e dall'eleganza dei suoi gesti che in quel bambino la genialità si nascondeva dietro le piume di un "falso brutto anatroccolo". Questo non è accaduto solo a lui e solo nel calcio. Molti anni prima, Paulette, la mamma di un bimbo che a 9 anni non sapeva ancora leggere, affermava "sono preoccupata per mio figlio: fatica a imparare e non sappiamo cosa potrà fare". La fortuna di quel bambino fu quella di incontrare un maestro lungimirante che non si fermò al dettaglio più semplice da percepire, un insegnante capace di dare attenzione ad altre caratteristiche di quel bambino di nome Albert Einstein. Lui era dislessico... Se a scuola oggigiorno la dislessia non è più un limite che valorizza alcuni bambini normodotati grazie ai programmi educativi che compensano questa caratteristica mentale, nel calcio ancora oggi i bambini dislessici sono svalorizzati. Nella maggior parte dei casi la loro prestazione risulta al di sotto delle loro potenzialità semplicemente perché gli istruttori non sono a conoscenza della loro problematica (i genitori dovrebbero sempre avvertire i mister), e se lo sanno, capita che non siano a conoscenza che in tali casi basta disegnare su una lavagnetta l'esercizio o mimarlo, anziché spiegarlo solo a parole, per veder trasformare quel bambino sia motoriamente sia caratterialmente.

 

SIATE AIUTO

E NON LIMITE

Perché ogni essere umano trovi la giusta motivazione a praticare ciò per cui è appassionato è necessario che egli sia sicuro di se stesso e che si senta stimato e sostenuto dagli adulti di riferimento.

Se per il bene dei bambini è necessario che gli educatori siano preparati e sensibili, anche ai genitori spetta il compito di credere – per primi – nelle potenzialità dei loro figli, non vivendo un loro limite fisico o mentale come uno stimolo che induce involontariamente a vestire il proprio bambino con l'abito del perdente e di conseguenza a parlargli con un incitamento fasullo che mistifica un reale senso di rassegnazione. Bisogna credere nei propri figli, e nel momento in cui ci chiedono "Ma perché ancora non cresco? Ma diventerò alto?" Sarebbe auspicabile aver pronta una risposta di questo tipo: "Lo sai che quando frequentava le scuole superiori Michael Jordan fu respinto dalla squadra della sua scuola? E sai quanto sono alti Iniesta e Messi? 1,70 cm, mentre Insigne è alto 1.63 cm e Xavi 1.68 cm. Pensa figlio mio, anni fa un bambino di nome Eduardo Galeano voleva fare il calciatore, lui racconta di sé che giocava benissimo, era un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormiva, durante il giorno era il peggior scarpone che sia mai comparso nei campetti del suo paese... Eppure oggi è un uomo di successo, che si sente molto realizzato e anche un tifoso appassionato: è diventato uno dei più grandi scrittori uruguayani! Ciò che ha reso gli uomini di cui ti ho parlato degli esseri vincenti non è stata la loro altezza o la loro prestanza fisica, ma la forza d'animo con cui non hanno mai smesso di credere in loro stessi".

Non bisogna mai dimenticarsi che la più grande vittoria nella vita è giungere ad amarsi per quello che si è e a saper credere nel proprio talento convinti che ognuno ha il suo, basta solo cercarlo e dargli fiducia. E il talento non si misura in centimetri.

 

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