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LA GESTIONE VINCENTE DEL GRUPPO

Nazzarena Grilli, allenatrice del Mozzanica nella serie A femminile, è un esempio di come trasmettere passione e forza di volontà alla propria squadra.

Nazzarena Grilli, allenatrice del Mozzanica, ha vinto tre scudetti come giocatrice, due nella Lazio (1979 e 1980) e uno nel Milan (1992). Come tecnico ha all’attivo un titolo italiano e una Supercoppa con la Fiammamonza (2005-2006) più una Coppa Italia conquistata col Brescia. Nel 2011 è stata insignita dell’importante riconoscimento della “Panchina d’oro”.

Quanti allenatori si rendono conto di quanto contano per la squadra, come persone prima che come tecnici? Forse non tutti. In fondo spiegare a venti allievi come svolgere un esercitazione non è così difficile, basta studiare… saperla… come si diceva a scuola. Ma il mister, come l’insegnante, non è bravo perché “la sa” ma perché riesce a trasmettere le sue competenze. Formare calciatori o calciatrici significa anche formare persone. E la prima fondamentale sfida da affrontare in questo ruolo, è essere noi stessi un punto di riferimento, come persone prima che come tecnici. La squadra sente chi sei, assorbe, recepisce e si comporta di conseguenza. In questo “Senti chi parla” mi sono confrontato con Nazzarena Grilli, una maestra in questo modo di interpretare il ruolo dell’allenatore.

 

CI VUOLE PASSIONE

Sei considerata uno dei tecnici più bravi nella gestione di un gruppo. Come fai?

«Non c’è un segreto vero e proprio. Quando assumo un incarico parto dal presupposto di portare le mie idee. Quello in cui credo fortemente. Metto subito in chiaro i principi e i valori che stanno alla base di quello che andremo a fare sul campo. In sostanza la passione per questo sport, la voglia di migliorarsi e di crescere… col sacrificio. Prima ancora di parlare di tecnica o di tattica dobbiamo amare quello che facciamo e crederci.»

 

Motivi così le tue squadre?

«Le motivazioni dipendono dalla forza di volontà. Perdonatemi ora un gioco di parole. È vero che il motivatore è colui che motiva, ma le motivazioni dipendono dal volere fortemente qualcosa, e quindi da noi, dalle nostre ambizioni e dalle nostre aspettative. E anche dai sogni, perché no? Ogni calciatore può provare a farli avverare. Ognuno di noi, se ha voglia, può influenzare positivamente la sua piccola storia, con sacrificio e umiltà.»

 

Un memorabile e quasi miracoloso scudetto vinto a Monza nel 2006, partendo lontano dalle favorite, rappresenta agli occhi di tutti il fiore all’occhiello della tua carriera di tecnico ma la gioia più grande arriva da più lontano e da più in basso…

«A Monza è stato straordinario ma la doppia promozione dalla serie B alla serie A (passando per la A2 n.d.r.) ottenuta in soli due anni con la Vallassinese rappresenta qualcosa di unico. Partivamo quasi da zero, con enormi limiti tecnici e tattici, ma le ragazze sono state incredibili. S’è creata una magica alchimia fatta di passione, voglia di crescere e unità di squadra. Ho capito sin da subito che con quella disponibilità e quella forza di volontà avrebbero potuto superare qualsiasi ostacolo.»

CONFRONTO SCHIETTO

Si percepisce dalle tue parole che “senti” le squadre che alleni…

«Altroché! Per me allenare è uno scambio di emozioni. Soffro e gioisco come loro e assieme a loro. Quando perdiamo sto male, quasi fisicamente, sento forte l’amarezza della sconfitta, mi sento responsabile e io per prima mi chiedo cosa avrei potuto fare di meglio. D’altronde, pretendo tanto. Ci vuole chiarezza nella gestione di uno spogliatoio, anche nei casi in cui si debbano condividere cose sgradevoli. Se un atleta ha dei limiti glieli devi dire, schiettamente. Riconoscerli fissa l’obiettivo da raggiungere e permette di provare a superarli. Magari non si diventa fenomeni, ma si migliora sicuramente.»

 

Per questo curi in modo maniacale il rapporto con la squadra. A pranzo stai a tavola con loro e mangi quello che mangiano loro, durante il riscaldamento gli sei sempre vicina… quanto contano queste attenzioni?

«Credo e spero tanto. Quando giocavo ho sempre odiato gli allenatori che stavano lontani a farsi gli affari loro. Quando sono in campo entro in simbiosi con la squadra e mi sento una di loro. È il mio modo di vivere lo sport, e deriva dalla mia esperienza di atleta. Curo i dettagli che creano spirito di appartenenza, che mi avvicinano al gruppo perché solo lottando assieme si può superare qualsiasi limite. L’allenatore è responsabile a 360 gradi della sua squadra, e per capire quello che succede, leggere le situazioni deve esserle fisicamente vicino e saper osservare. In fondo preparare la seduta di lavoro e dare le indicazioni in campo è la parte più facile del nostro ruolo. Purché si sappia cosa si sta facendo. E occorre farlo bene, la squadra deve arrivare all’allenamento e trovare tutto pronto, trovando nel tecnico un interlocutore che ha il perfetto controllo della situazione. Se si chiedono disciplina, ordine, impegno e puntualità si deve essere i primi a dare l’esempio. Sono input fondamentali da lanciare, contribuiscono in modo considerevole alla costruzione gruppo. Del resto se siamo disorganizzati e incoerenti che messaggio pensate arrivi?»

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