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LA STORIA DELLA TATTICA PARTE TERZA

La rivoluzione del calcio totale olandese, l’affermazione definitiva della zona, sino alla sublimazione del talento dei singoli inseriti in un collettivo sincrono.

Nonostante il messaggio innovativo di Feola e del suo Brasile (leggi il post precedente) l’Europa non fu influenzata subito dalla novità proveniente dal Sudamerica. Libero staccato, marcature arcigne e ruoli sostanzialmente “fissi” rimasero a lungo lo standard di idea di calcio del vecchio continente. Ci vollero un gruppo di giocatori straordinari e un allenatore “visionario” a rivoluzionare il concetto di calcio.

 

IL CALCIO TOTALE OLANDESE

L’Olanda del profeta Cruijff e del tecnico Rinus Michels, eletto dalla Fifa nel 1999 “allenatore del secolo”, furono capaci di mettere in campo quella che oggi viene considerata quasi un’opera d’arte. Un sistema di gioco tanto nuovo e dinamico che non gli si può attribuire una definizione numerica. L’Olanda (e l’Aiax) iniziavano con una sorta di 1-4-3-3 ma, in realtà, il loro modo di giocare prevedeva un continuo interscambio di posizioni, squadra corta difesa alta ad attuare il fuorigioco sistematico col supporto del portiere usato come giocatore aggiunto di movimento e l’ancor più rivoluzionario concetto di pressing alto (due o più compagni contemporaneamente in aggressione sul portatore di palla).

 

L’ITALIA SI REDIME

In pochi, però, ebbero il coraggio di portare avanti la strada intrapresa, probabilmente legata anche alla qualità di quella fortunata generazione di calciatori. Poi, in quella che era considerata la patria del catenaccio, arrivò l’epopea del Milan di Arrigo Sacchi, la valorizzazione del collettivo, dei movimenti sincroni e, di nuovo, l’idea di un calcio nel quale tutti i giocatori sono coinvolti secondo un disegno chiaro e obiettivi precisi. Il suo 1-4-4-2 è l’espressione più evoluta della grande Olanda. Squadra più compatta, più corta e maggior importanza al collettivo. Fuorigioco e pressing, raddoppi e aiuti reciproci che permettono al Milan di imporre il proprio gioco, il proprio ritmo proponendo una partecipazione di tutta la squadra alla riconquista della palla.

 

DAL MILAN DI SACCHI A OGGI

La zona, da quel momento, diventa il sistema di gioco che influenza maggiormente le scelte degli allenatori di calcio. Diventa il riferimento, al di là del numero di difensori (3 o 4) centrocampisti o attaccanti scelti in partenza, sul quale apportare eventuali variazioni e adattamenti in corsa.  Ai mondiali del ‘90 si assiste a un aumento del numero dei difensori nelle squadre che attuano la zona mista da quattro a cinque (1-5-3-2 e 1-5-4-1) i moduli, mentre le squadre che si schierano a zona modificano la disposizione del reparto di centrocampo o quello difensivo 1-4-4-2 o 1-4-3-3 o 1-4-5-1 i moduli. Scompare, quasi completamente, la figura dell’esterno alto o tornante e prende piede l’esterno basso offensivo.

 

INFINE LA SUBLIMAZIONE DEL SINGOLO NEL COLLETTIVO

Con l’avvento di Lippi alla Juventus si apre un nuovo ciclo in cui l’organizzazione di gioco si sposa, sempre più, con l’iniziativa personale. Ogni nazione porta avanti la sua scuola, ogni allenatore le sue idee ma subito dopo arriva la globalizzazione con i suoi mezzi di comunicazione e tutto diventa immediatamente patrimonio di tutti. Non si può più parlare di movimento ma di azione, non più di schemi ma di concetti, non più di scuole ma di squadre. Molti sono i fattori che determinano il successo del fenomeno calcio. Deludono solo le cattive imitazioni, ma la sua bellezza resta racchiusa in quell’imprevedibilità e quell’illogicità che sempre si ribelleranno ai “vincoli” che si vorrebbero imporre al gioco.

 

Leggi la seconda parteLeggi la prima parte

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