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SACCHI: ALLENIAMO IL SINGOLO O IL COLLETTIVO?

Insegniamo i principi del gioco per abituare i calciatori a esprimersi in modo corale. La sensibilità dell’allenatore, nella correzione, è l’elemento fondamentale.

Palla al centro, inizia l’intervista con Arrigo Sacchi, il tema è l’insegnamento della fase offensiva, ma prima è bene sgombrare il campo, chiarire i punti di vista e le regole del gioco. Partiamo quindi dal collettivo, ma senza prescindere dal fatto che imitare non è sbagliato ma spesso conduce l’allenatore in un vicolo cieco se non è in grado di insegnare i principi di gioco e correggere i diversi aspetti (tecnica, tempi, spazi…) che distinguono una manovra corale da una serie di movimenti senza senso. Questi elementi distinguono i grandi allenatori da chi cerca di imitarli, senza successo.

La chiacchierata inizia quindi in… attacco, da un argomento che lo “accende” da sempre: la tecnica individuale. «Quando mi parlano di tecnica individuale, mi viene in mente quando si andava a scuola e, per iniziarti alla scrittura, ti facevano riempire pagine con aste e puntini… Rinus Michels, una volta, mi disse: far fare della tecnica individuale è come far stendere un ragazzo che vuol nuotare sul tavolo e fargli fare i diversi movimenti con braccia e gambe.»

Arrigo Sacchi e Ruud Gullit.

In Italia questo approccio è però predominante…

«Il nostro errore è che partiamo sempre dalla teoria e non dalla pratica. Si deve insegnare attraverso il gioco. Sono tre i componenti imprescindibili del calcio: i compagni, il gioco e la tecnica di movimento. Riguardo al gioco bisogna avere poche idee ma chiare. È necessario effettuare e ripetere gli esercizi per facilitarne l’apprendimento. I giocatori devono avere intelligenza e volontà di imparare, l’allenatore la sensibilità di correggere. Invece, ci limitiamo sempre all’ultima fase: pensiamo che il piede sia un elemento imprescindibile. Michelangelo diceva che i quadri si dipingono con la mente e non con la mano: quest’ultima è un mezzo e le devi riconoscere l’importanza che ha. Quando allenavo il Milan, nelle esercitazioni tecniche, Gullit spesso era il peggiore e a palla-tennis non lo voleva nessuno. Poi, in partita, era quello che tirava meglio, che colpiva di testa più efficacemente, che passava, dribblava e contrastava nel modo migliore. È questo il punto: la tecnica deve essere funzionale al gioco.»
 

Insegnare attraverso il gioco va bene, ma se si sbaglia didattica non si rischia di limitare i giocatori? Spesso infatti i tecnici copiano esercizi e programmi di lavoro, ma poi non sono in grado di correggere le posture, i tempi, il gesto…

«Il vero problema è che la maggior parte non sa insegnare un gioco. Gli allenatori delle nazionali giovanili con cui ho lavorato avevano un protocollo, dai 16 fino ai 20 anni, ma poi gli allenamenti erano gli stessi. Si deve intervenire per dettare i tempi della giocata, i movimenti corretti, la velocità della palla, le giuste distanze e i tempi degli smarcamenti. È il compito più difficile per l’allenatore, ma è l’unico modo per rendere efficace il talento del singolo nell’ambito del collettivo.»
 

Anche a livello giovanile, oggi, si va per mode: bisogna lavorare solo con la palla, bisogna far partire l’azione solo dal basso… Anche in questo caso, non si rischia di impoverire il gioco e quindi le opportunità di manovra?
«Il mondo è fatto di pochi geni e di molti orecchianti, che cercano di seguire la moda imperante del momento. Io spingevo i miei giocatori a ricercare la scelta migliore in ogni situazione. Sono rimasto positivamente impressionato da un allenamento dei ragazzini del Barcellona (esercizio 1), che ben dimostra quanto ho affermato. C’è comunque una regola che vale sempre: per agevolare la tecnica, i passaggi e la velocità del pallone, devi avere 11 giocatori che si muovono in sincrono tra loro restando sempre vicini. Il problema è che, come ricordavo prima, non è facile insegnarlo. L’Atletico di Simeone, per esempio, lo fa solo in fase difensiva e quindi non lascerà un segno dal punto di vista tattico. È una squadra, questa, che ammiro per la compattezza e la capacità di anticipare le giocate.»

Esercizio 1

Nell’equilibrio di una squadra, come si possono tenere coinvolti i giocatori più lontani dalla palla? 
«Prima di tutto, devi abituare i calciatori a essere una squadra. In allenamento, sia con pallone sia senza, abituavo i giocatori a muoversi in modo sincronizzato: tutti dovevano avanzare, indietreggiare, spostarsi lateralmente e io correggevo movimenti, tempi e distanze. Altrimenti il lavoro svolto era improduttivo. Allenavo quindi il collettivo, cercando di lavorare sempre sulla squadra o, alcune volte, sui reparti. Il tutto, non dimentichiamolo, iniziando dal semplice per poi passare al complesso. È sempre necessaria una linea didattica che non demotivi i giocatori.»
 

Sincronismo e ripetitività sono effetto e causa di una squadra efficace?
«Coordinare i movimenti attraverso la ripetitività è il punto di partenza. Ed è in questo frangente che la sensibilità dell’allenatore diventa fondamentale. Berlusconi non voleva che io facessi venire la tv a riprendere gli allenamenti. Io, invece, non mi sono mai opposto: chiunque può venire, guardare e copiare, ma poi deve avere la stessa sensibilità e le stesse competenze per spiegare, trasmettere e quindi insegnare quanto ha visto ai propri giocatori.»

 

Leggi la seconda parte dell'intervista

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