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SACCHI: LA DIDATTICA DEL GIOCO OFFENSIVO

Posizione e movimento, tempi e smarcamento, motivazione e capacità di leggere la situazione. Principi ed esercitazioni per la manovra d'attacco.

«Il gioco offensivo risponde a semplici e inderogabili presupposti.» Inizia così la seconda parte dell’intervista ad Arrigo Sacchi. Nessun preambolo o giro di parole, solo sostanza, come è nel carattere dell’ex allenatore del Milan e ct della nazionale italiana.
 

A cosa si deve prestare attenzione, quindi, perché il nostro gioco offensivo sia efficace?
«Prima di tutto, alle distanze, perché se sono sbagliate l’azione d’attacco perde efficacia. Facciamo un esempio pratico: se i giocatori non sono posizionati come dovrebbero, sei costretto al lancio lungo, che aiuta gli avversari, concedendo ai loro difensori tutto il tempo per adottare le contromisure e ingabbiare il tuo attaccante. È quindi necessario avere una squadra che si muove in modo organico, sia in fase di possesso sia in fase di non possesso. A livello offensivo questo permette di spendere meno energie sul piano fisico, perché la corsa è in aerobia, gli eventuali scatti più corti e si ottiene la collaborazione dell’intera squadra. Un altro punto su cui insisto è che se un calciatore riceve il pallone male, deve avere l’intelligenza di passarlo a chi vede. Può rischiare e tenerlo al limite dell’area avversaria, ma non a metà campo e non vicino alla nostra area.» 

Arrigo Sacchi e Antonio Conte

Quanto contano i tempi degli smarcamenti?
«Sono importantissimi, come la velocità del pallone. Io chiedevo sempre smarcamenti contrari: se una punta veniva incontro, l’altra attaccava la profondità. Nel Milan che ho allenato c’erano giocatori che non erano in grado saltare l’avversario, dovevamo quindi utilizzare precisi movimenti per scardinare le difese avversarie, cosa molto più difficile non solo per chi la attua, ma anche per chi la subisce. È il problema che ha Messi quando trova squadre chiuse e organizzate, e in questo è aiutato dalla qualità della manovra del Barcellona e dei suoi centrocampisti. Maradona invece era un fenomeno nello scardinare con le sue giocate le difese avversarie. L’altro fenomeno, il Ronaldo brasiliano, riceveva l’80% dei palloni mentre era rivolto verso la porta avversaria, grazie a eccezionali tempi di inserimento (esercizio 1).»

Esercizio 1

Sul campo spesso si vedono ben altre situazioni: giocatori statici, che difficilmente occupano adeguatamente l’area di rigore, che vanno incontro o che attaccano in profondità. Perché secondo lei?
«Perché è molto difficile riuscire a muovere 11 giocatori in modo sincronizzato. E a volte anche cinque soltanto. Ci vogliono tempi e velocità giuste e tante ripetizioni. Per esempio, Conte è uno dei più bravi in questo.»
 

Nel suo Milan sembrava che i giocatori lanciassero la palla senza guardare, sapendo già che lì avrebbero trovato un compagno. È capacità di lettura della situazione o il frutto di tante ripetizioni?
«Tante ripetizioni. Repetita iuvant, dicevano i latini. Lo facevamo anche per le ripartenze. Se qualcuno non era perfetto nei tempi e nei movimenti, si ricominciava da capo, finché tutti svolgevano perfettamente la giocata (esercizio 2).»

Esercizio 2

Come alleno il giocatore a fare la scelta giusta?
«È una capacità che si acquisisce grazie agli allenamenti, proponendo ai giocatori tutte le soluzioni che incontreranno poi in partita. Si sbaglierà sempre, è ovvio, la squadra perfetta non esiste, ma si riduce il margine di errore. Bisogna curare velocità e smarcamenti, prima curando la velocità senza avversari, poi la stessa con gli avversari; facevo un 11 contro 7, 8 o 9 a seconda delle situazioni. Ma tutto ciò è possibile solo se si hanno giocatori intelligenti. Quando ero direttore tecnico del Real Madrid, agli osservatori del club spagnolo dicevo sempre che non basta individuare ragazzi forti fisicamente e bravi tecnicamente, è necessario che abbiano anche intelligenza, capacità interpretativa, così da leggere correttamente le situazioni e fare la scelta giusta. Per fare un esempio, Balotelli possiede grandi piedi, ma non sa riconoscere qual è la giocata corretta.»
 

Come posso intervenire su giocatori validi tecnicamente e fisicamente, ma senza intelligenza calcistica?
«Bisogna allenarli ad avere più fantasia, per poi esercitarla nell’ambito dei movimenti collettivi, curando quindi distanze e tempi della squadra. Non tutti hanno la fortuna di nascere Pirlo. Quando io sono arrivato al Milan, volevano cedere Evani al Genoa. Aveva fatto due gol in sette anni di serie A, tutti e due con il Catania. Gli ho insegnato a muoversi con la squadra e con i tempi giusti, e il numero dei gol è aumentato. Questo gli aveva dato più idee, più tranquillità e più sicurezza.»
 

Come devono essere scelti i giocatori d’attacco?
«Ho sempre messo al primo posto il gioco e la convinzione che il calcio sia uno sport di movimento. Quindi, ho sempre puntato sulla motivazione del giocatore, osservando l’intelligenza con cui si muoveva.» 
 

Leggi la prima parte dell'intervista

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