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MISTER QUATTRO SCUDETTI

La parola a Renato Longega, il tecnico neo campione d’Italia di calcio femminile, i principi di lavoro, le idee e i consigli per chi vuole allenare le ragazze.

Nove maggio 2015, L’Agsm Verona vince in trasferta 3 a 1 sul campo del San Zaccaria Ravenna e si cuce sul petto lo scudetto, sei anni dopo l’ultimo conquistato col nome di Bardolino Verona. Il quarto in nove stagioni, tutti con lo stesso allenatore, sulla panchina gialloblù da dieci. È Renato Longega, 55 anni imolese patentino Uefa A, ex giocatore (è arrivato ai limiti del professionismo col Vicenza) e, soprattutto, ex allenatore di ottimo livello nel maschile fra i dilettanti. Con lui il club scaligero ha all’attivo anche tre Coppe Italia, tre Supercoppe italiane e una semifinale di Champions (contro il Francoforte, nel 2008, 14.000 spettatori allo stadio Bentegodi). Il simbolo, insomma, dell’allenatore (uomo) vincente nel calcio femminile.

Come mai ha scelto di allenare le ragazze?

«Vi dirò la verità, ho iniziato per caso, su richiesta (quasi preghiera) di un amico. Non è che fossi convintissimo, col senno di poi sono molto felice d’avere accettato. Ho avuto tante di quelle soddisfazioni che non ne sono più uscito. Probabilmente più di quante ne avrei avute se fossi rimasto nel maschile.»

Cosa cambia fra gestire calciatori e calciatrici?

«Le donne hanno più voglia di arrivare, non si pongono ostacoli e hanno una grande mentalità del lavoro, sono capaci di sacrificare tutto per il loro obiettivo sportivo. Mi hanno trasmesso tanto entusiasmo e passione, mi ha fatto subito un gran piacere lavorare con loro questo ha stimolato ancor di più la mia voglia di fare bene.»

Il loro limite allora qual è?

«Che esasperano tutto, sia il successo che l’insuccesso, sotto questo punto di vista hanno meno equilibrio e su questo l’allenatore deve lavorare molto. Tendono a ingigantire le cose… il tecnico deve essere in grado di portare equilibrio e serenità»

Renato Longega (Agsm Verona)

IL CALCIO SECONDO RENATO LONGEGA

«Non ho un credo calcistico vero e proprio, ho idee nelle quali credo fermamente. Mi piace che si giochi sempre per attaccare e per vincere, voglio una squadra propositiva. Quest’anno abbiamo segnato più di duecento gol mettendoci in campo coll’1-4-2-4. Parto da un presupposto semplice: la palla o ce l’hai o non ce l’hai. Se siamo in possesso noi dobbiamo attaccare il più velocemente possibile, cercare la porta e la verticalità. Se sono in possesso gli altri dobbiamo in modo uguale e contrario rientrare il più velocemente possibile. Poi prepariamo le partite con grande accuratezza, studiamo la match analysis delle avversarie, non per adeguarci a loro piuttosto per capire quali sono le soluzioni migliori per batterle.»

Un sistema di gioco molto offensivo…

«Con le giocatrici di quest’anno sarebbe stato impensabile giocare diversamente. Ho avuto in rosa tante attaccanti molto forti sarebbe stato sciocco non metterle in campo assieme, le soluzioni per la fase di non possesso poi ci sono.»

 

QUALI LE DIFFERENZE IN CAMPO FRA UOMINI E DONNE?

«Beh, la più lampante è su come e quanto occupano il terreno di gioco. Le donne non hanno il lancio da 60/70 metri e non hanno il cambio di campo, pertanto se con i ragazzi lavori e sviluppi la manovra utilizzando tutto lo spazio disponibile con le ragazze lo si fa per settori.»

Quindi su cosa insiste tanto negli allenamenti?

«Le transizioni sicuramente sono fondamentali, quelle negative in particolare se giochi contro una squadra molto forte, quelle positive se giochi contro una squadra che ha dei limiti. Poi tanto lavoro su uno contro uno e due contro due. L’uno contro uno in partita si verifica in continuazione e in gare molto equilibrate può fare la differenza. Successivamente si trasforma in modo naturale in due contro due perché chi attacca cerca l’appoggio. Quindi, se ci pensate, una manovra articolata è fatta da insiemi di due contro due, perciò lavoriamo molto sul “marco copro”.»

Che consiglio possiamo dare a un tecnico uomo che approccia per la prima volta al femminile?

«Di entrare in punta di piedi, non essere irruenti e darsi del tempo per capire che cos’è e come va gestito. Al mio primo anno a Verona, nel 2005, abbiamo perso di poco uno scudetto anche perché, probabilmente, non avevo l’esperienza di adesso. Dopo che avete preso bene coscienza dell’ambiente e della squadra potrete cominciare a far valere le vostre idee, il vostro modo di essere tecnico, insomma il vostro calcio. Ho visto tanti allenatori fare il grande errore di arrivare dal maschile e pensare, forti delle loro sicurezze, di proporre con spavalderia quel modello. Non fatelo.» (Foto di copertina Damiano Buffo)

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