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CALCIO: DIVENTARE ALLENATORE VALORIALE

Nella seconda parte dell’intervista, Don Alessio Albertini parla di chi siede in panchina. Consigli pratici per rapportarsi con i ragazzi e formare un gruppo vincente

«L’allenatore ha come grande obiettivo il trasformare i singoli in una squadra, ma i primi a non sapere fare squadra sono gli stessi allenatori delle società sportive. Ognuno si sente padrone del suo lavoro, geloso dei risultati dell’altro, narcisista al punto tale che non vede i propri errori e non capisce che il confronto diventa una delle più grande risorse per la crescita reciproca. Ci vuole coraggio, accettare e sentire che la squadra non è di sua proprietà, è della società e lui lavora per la società. Invece spesso l’idea è: “Questi li ho costruiti io, quindi se cambio società, se posso, li porto con me”.»

 

Lei parla spesso di allenatore valoriale. Chi è?

«È quell’allenatore che segue e insegna una tecnica di allenamento che potremo definire globale. La sfida per lui sta nel saper gestire la squadra: come parla ai ragazzi, come “punisce” gli errori o valorizza il buon comportamento; motiva a rischiare qualche cosa, insegna a rispettare le regole, ma tutto nel contesto dei valori che sono chiaramente propri dell’oratorio, ma che dovrebbero far parte di qualunque società.»

 

C’è un metodo pratico da seguire?

«Il metodo deve essere nell’allenamento, non nella predica che faccio, nell’esempio che do e nelle tecniche comunicative. Se sono il primo a tirare un calcio a una bottiglietta, come faccio a dire ai ragazzi che devono stare calmi, rispettare gli altri, l’avversario e le cose altrui? Bisogna saper insegnare loro a gestire la rabbia… anche in oratorio, perché anche lì dà fastidio perdere, gli arbitri sbagliano o sono faziosi. Sotto quest’ultimo aspetto, anzi, l’oratorio “pecca” anche di più, perché non essendoci la possibilità di coprire tutte le partite, si chiede di arbitrare ai locali, spesso di parte in modo grossolano ed evidente. La prima parola da bandire dal vocabolario dell’allenatore valoriale è predica, che lasciamo al prete quando dice messa. Io allenatore devo ottenere lo stesso risultato con altri mezzi. Questo è l’aspetto più affascinante di questo ruolo.» 

L’intervista a Don Alessio Albertini non si è ancora conclusa. Nella prossima e ultima parte racconterà quanto è difficile giocare nel ruolo di… educatore

Cosa non deve mancare a un allenatore?

«La passione, perché contagia anche chi ti sta di fronte. Bisogna amare quello che si fa con i propri giocatori. Senza passione è poco praticabile il ruolo dell’educatore e, quindi, anche dell’allenatore. Il professionista dell’educazione oggi è poco ricercato. I ragazzi lo subiscono, ma non incide nella loro vita, a maggior ragione nel calcio. La componente fondamentale non è la tecnica o il talento, il motivo più importante per cui io vado a fare calcio è perché voglio giocare! Una volta, chiesi a un bambino che mestiere facesse suo padre e lui mi rispose: “Fa giocare gli altri bambini”. Una definizione meravigliosa. Soprattutto con i più piccoli questo è essere un allenatore. Mi piace quando vedo uno di loro che sorride in mezzo ai ragazzi, anche i professionisti…»

 

Noi italiani, forse, siamo diventati troppo seri. In altre culture europee non è così…

«Una volta si andava a giocare col sorriso, oggi dopo otto ore di scuola, a maggior ragione, si desidera solo calciare un pallone e invece ci si ritrova in una struttura organizzata e in fila! A otto anni non tornerò mai a casa a raccontare che il mio allenatore conosce tutte le tattiche di gioco possibili. Vado invece a casa felice se posso raccontare che l’allenatore mi ha fatto giocare. Ovviamente crescendo d’età e di esperienza calcistica potrò apprezzare maggiormente un allenatore che mi insegna a stare in campo, perché mi risolve un problema di gioco. Ma anche la fatica di fare una diagonale, per esempio, scomparirà solo quando capirò che se riesco a farla bene, mi diverto. Soltanto così potrò avere la pazienza di provarla e riprovarla decine di volte, finché non mi riuscirà alla perfezione.»
Leggi la prima parte dell’intervista

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