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IL CALCIO CHE VINCE IL DISAGIO

Il mister, la squadra, la società e la famiglia. Marcello Chianese mette in campo la formazione ideale per sconfiggere anche il malessere più profondo.

Nell’ultimo post, abbiamo parlato dell’importanza dell’allenatore in una squadra, figura educativa in campo e fuori. Abbiamo approfondito circa la capacità che deve avere il mister di decifrare momenti di crisi di un ragazzo all’interno del gruppo, di riuscire a tracciare un profilo personale di ognuno che vada oltre il lato sportivo. Il tecnico si deve interessare dell’aspetto umano dei suoi calciatori o calciatrici, creare un rapporto attraverso il quale può cogliere atteggiamenti insoliti e segnali importanti di cambiamento. L’allenatore, tra l’altro, ha la responsabilità e la possibilità, in caso di problemi, di coinvolgere il nucleo familiare e proporre delle possibili soluzioni. Nel post di questo mese, poniamo direttamente delle domande sull’argomento a Marcello Chianese, e cioè chi, ogni giorno, vive da protagonista la figura di educatore, essendo l’allenatore della nazionale di San Patrignano.

 

Quanto conta il calcio come strumento di crescita per ragazzi in fase di recupero con problemi di abuso di sostanze?

«Lo sport diventa uno strumento di crescita nel momento in cui l’allenatore, pensando di avere capito tutto e credendo, con superficialità, di conoscere i motivi per i quali un ragazzo fa uso di droghe, riesce a non giudicare. Dietro il rifugio nelle sostanze stupefacenti ci sono motivazioni personali diverse per ognuno. Bisogna andare in profondità nel rapporto umano che si crea con ogni giocatore, avendo ben chiaro che per quel drammatico genere di scelte, non sono responsabili terze persone. Derivano da vulnerabilità, mancanze e limiti personali dell’allievo stesso, è su quelle che bisogna lavorare.»

 

È consigliabile coinvolgere altre persone o affrontare la situazione singolarmente?

«A livello dilettantistico, il mister deve essere prima di tutto un educatore che abbia competenze umane e sociali. Ma sicuramente non può pensare di essere la soluzione unica alle difficoltà di un ragazzo che mostra problemi di abuso, può essere sicuramente una figura importante. Può costruire e poi far parte di un meccanismo che coinvolga altre figure sociali: educatori, operatori di comunità, psicologi, per capire meglio perché il giovane è arrivato a tanto. Si deve fare rete fra tutte queste figure, coinvolgendo in primis i suoi compagni, per individuare qual è la strada migliore da seguire.»

Mister Marcello Chianese chiama a rapporto la squadra

Concretamente quindi che cosa potrebbe fare?

«Partiamo dal dire che di certo il ragazzo non va allontanato. Escluderlo significherebbe emarginarlo. Se si scopre, per esempio, che un proprio giocatore è un consumatore abituale di droghe leggere, è facile immaginare che non sia l’unico in squadra. Quindi, con tatto e non con l’intento di volerlo additare davanti a tutti, è bene rendere chiaro il problema all’intero gruppo che a quel punto potrebbe avere un ruolo fondamentale. Potrebbe fare in modo che il ragazzo venga totalmente assorbito dal calcio, stando insieme a lui e facendogli vivere un ambiente sano in cui ci si può divertire senza per forza trasgredire. Se invece il problema è più grande, allora gli allenatori sappiano che in quasi ogni città è presente un servizio per le dipendenze (Ser. D o in altri casi Ser. T). Lì potranno trovare tutti gli educatori e gli psicologi che hanno le competenze per intervenire direttamente. Una scelta che chiaramente il tecnico deve prendere in accordo con la famiglia e la società. I club in questo possono essere molto importanti, il supporto al tecnico è fondamentale. Personalmente auspico che qualche società sportiva possa addirittura lavorare in modo preventivo, avviando partnership con strutture e comunità del territorio. Per i giovani calciatori conoscere l’esperienza di coetanei che stanno affrontando un percorso per lasciarsi alle spalle il problema della droga, può esser un modo per porsi delle domande, interrogarsi sui loro stessi comportamenti ed evitare di commettere errori.»

 

Rispetto, correttezza e educazione, sono i principi fondamentali sui quali viene basato il tuo lavoro. Quanto contano? Quanto conta l’uomo?

«Non esiste prima il professionista poi l’uomo, semmai il contrario. Solo l’individuo portatore di valori sani, con capacità di mettersi in discussione, altruista e solidale ma che ha anche paure e fragilità, può con umiltà, proporsi ai giovani e godere, in cambio, di quella autorevolezza che è necessaria per diventare un educatore e un leader. Solo così può essere in grado di trasmettere anche al ragazzo dal carattere più scontroso e diffidente principi di rispetto e correttezza in campo e fuori. Questo significa saper gestire la propria competenza in maniera efficiente ed efficace nei confronti di un gruppo.»

 

Il calcio come metafora di vita. La tua filosofia di gioco improntata su un calcio sempre offensivo, è anche applicata nella vita quotidiana?

«Il calcio è qualcosa di molto simile alla vita. La mia filosofia è cercare di essere sempre propositivi e dare valore alla sconfitta. Solo quando impari a saper perdere, puoi capire come vincere. Come allenatore penso che a livello dilettantistico e non solo, si deve dare tutto, con la consapevolezza di poter essere sconfitti. Cerco di insegnare a giocare a calcio per vincere in maniera divertente e con un gioco di squadra, dove la vittoria non è frutto del singolo ma, di sacrificio comune e di allenamento costante. Essere aggressivi e offensivi nel gioco è un messaggio per trasmettere ai ragazzi d’essere gli attori principali della loro vita, i protagonisti di ciò che fanno. Ai giocatori non devono solo rimanere ricordi di risultati positivi ma insegnamenti di vita. Quando ci riesco è la mia più grande vittoria.»

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