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IMPARATE A PERDERE, PER VINCERE

Lo sport ci insegna a lasciar andare i figli, con difficoltà e anche sofferenza, per ritrovarli diversi alla fine di un percorso che può regalare gratificazioni immense.

Nessuno si fa allenare da qualcuno che reputa peggiore di sé. È una della regole non scritte ma ineluttabili della pratica sportiva. Vale anche nel rapporto genitori - figli, in ambito sportivo. Nessuno si fa educare da qualcuno di cui non ha sufficiente stima, fosse anche il papà o la mamma. Occorre dimostrare dunque, anzitutto a se stessi come genitori e poi ai giovani, di avere qualcosa da dare che i figli non hanno ancora. Ecco perché il genitore che contribuisce alla propria crescita, contribuisce anche alla crescita dei suoi ragazzi.

Un aspetto molto complicato su cui padri e madri dovrebbero “allenarsi” è quello di saper perdere. Non stiamo parlando di accettare le inevitabili sconfitte dei propri ragazzi sul campo. Parliamo di quello che è, per il genitore, l’esito della partita più importante, il riuscire ad accettare la loro emancipazione. Il successo in questo caso sta paradossalmente nella capacità di saperli perdere, accettare di doversene separare. Lo sappiamo bene: l’avviamento dei nostri ragazzi allo sport comporta sempre l’insorgere di una reciproca distanza emotiva. E molto spesso i genitori vanno in fuorigioco. Nelle dinamiche che si instaurano alcuni mancano di sincronia, altri sbagliano il “movimento incontro”, altri ancora “rientrano in gioco” troppo tardi.  Come superare la tentazione di trattenerli oltremisura invadendo i loro spazi? Come non farsi prendere da crisi di gelosia verso l’allenatore? E, viceversa, come evitare di abbandonarli a loro stessi, “rei” solo di maggior desiderio di autonomia? Sono tutti aspetti legati all’imparare a saperli perdere, accompagnandoli verso il loro futuro. Non si tratta di un processo rapido e indolore ma di un percorso, da provare e riprovare, contraddistinto da una dinamica che si sviluppa in tre tempi. 

  

ACCETTARE UN TERRENO DI CONFRONTO

Prima ancora che la partita abbia inizio, le squadre si dispongono in campo. Il terreno di gioco è uguale sia per chi gioca in casa che per gli ospiti. Le misure delle porte, per esempio, non cambiano perché si è la squadra ospitante o quella ospitata. È però importante, anzi necessario, che entrambe le accettino così come sono, sono una delle condizioni del confronto. La differenza, nello sport e in educazione, la fa l’esperienza e la qualità del gioco: non il campo. Accettare il confronto significa pertanto accettare di affrontarsi sullo stesso terreno di gioco, uguale sia per i genitori che per i figli. Per un padre o una madre a volte ciò non è facile. Sono abituati a crescere i figli, non a doversi confrontare con loro. Se è pur vero che le responsabilità degli adulti sono maggiori, perché il confronto possa produrre i frutti sperati essi devono accettare di condividere lo stesso perimetro di gioco. Sviluppare la capacità di ascoltare, parlare avendo rispetto delle opinioni dei ragazzi, dare valore al loro punto di vista.

VIVERE LA PARTITA DELL’ALLONTAMENTO

Il distacco non avviene come quando si strappa un cerotto: un dolore intenso al momento che poi passa. La separazione tra genitori e figli è paragonabile a un lungo campionato fatto di molte partite, alcune delle quali si vincono, altre si perdono o pareggiano. Si tratta di giocare ad affrontare e sperimentare l’allontanamento reciproco, partita dopo partita, attaccando e difendendo a seconda delle circostanze e delle energie disponibili con le tattiche più congeniali. Ogni azione non è che un episodio, una piccola tappa del lungo cammino che porterà a separarsi. Questo consente ai genitori di comprendere meglio cosa sta cambiando in loro, come la vivono, quanto si sentono preparati, sapendo che il processo avviene ogni volta, e richiede anni di allenamento.

 

STRINGERSI LA MANO AL TERMINE E RI… CONOSCERSI

La separazione ed emancipazione tuttavia non sono le ultime fasi del percorso. Come accade al termine di una gara corretta, i giocatori alla fine si ritrovano al centro del campo per stringersi la mano, talvolta abbracciarsi. È un importante gesto di riconoscimento reciproco.  Saper (ri)conoscere il figlio come altro da sé è la condizione per (ri)trovarsi, e sperimentare che quanto si pensava perduto è in realtà recuperato, seppure in modo diverso. L’ultima tappa è il nuovo incontro fatto di (ri)conoscimento e gratitudine reciproci, entrambi attraverso uno sguardo diverso. Si tratta di una grandissima ricompensa che giustifica l’aver attraversato tante situazioni ed esperienza delicate, inclusi momenti di incomprensione e conflitto.

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