Un blog al giorno

Parliamo d’integrazione

Un viaggio nelle relazioni, dalla parte degli altri, per imparare a conoscerli, a condividere, per scoprirli così simili e così diversi. Idee e consigli pratici per vincere la sfida di un calcio multietnico con la cultura dell’accoglienza.

Ivano Maiorella

Parlare sempre di calcio, senza parlare mai di calcio. Sembra una barzelletta o uno scioglilingua, ma non è così. In realtà in Italia si parla molto di calcio, ma sempre di quello. Esistono tre quotidiani sportivi che sarebbe più corretto definire tre quotidiani calcistici. Un vero record mondiale. Eppure Gianni Brera, un giornalista che ha fatto scuola a partire dagli anni ’50, diceva: “Ogni scuola calcistica ha caratteristiche sue, dipendenti dall’etnos, dall’economia, dal clima e dalla civiltà”. E divideva le scuole calcistiche in tre: nord europea, danubiana e sudamericana. E noi italiani? Saremmo appartenuti a una quarta scuola, più sfumata e ibrida, quella latino-europea. Bene, perché abbiamo citato Brera? Per proporvi una quinta scuola, forse meno discussa, sicuramente più popolare e più praticata. La chiameremo: calcio sociale e per tutti.
Non è quella dell’altro calcio, perché il calcio è uno. Non è quella del calcio minore né di quello amatoriale. Perché in campo si è tutti uguali e l’ultimo in classifica può battere il primo. Per amore, per soldi, per fortuna, per caso. Il calcio sociale e per tutti non è soltanto quello che si gioca nei campi gibbosi di periferia. E anche quello, ma non solo. È il calcio a 360 gradi, quello che nel 1924 (novantun anni fa) permise all’Uruguay di vincere le Olimpiadi e bissare il successo quattro anni dopo. “Non era un errore, il calcio aveva strappato questo minuscolo paese dall’ombra dell’anonimato universale”, scrive Edoardo Galeano in un suo libro, che consigliamo a tutti mentre siamo ancora negli spogliatoi (“Splendori e miserie del gioco del calcio”) e proseguiva: “Gli autori di quel miracolo erano operai e bohemien che non ricevevano nulla dal calcio, tranne la pura felicità di giocare”.

I ragazzi del liceo Vincenzo Monti di Cesena

Un altro calcio

La pura felicità di giocare esiste ancora. Non servono tanti argomenti per dimostrarlo. E allora abbiamo deciso di parlare di calcio che trasmette questa felicità, fatta di zig-zag come un dribbling in area avversaria. Con la sete di scoprire ed emozionarsi dietro a quella palla.

Un esempio? La storia semisconosciuta di Arpad Weisz, allenatore ebreo ungherese, che guidò prima l’Inter e poi il Bologna che diede spettacolo in tutta Europa. Una bella storia di calcio interrotta dalla vergogna, dalle leggi razziali dell’Italia fascista che nel 1938 lo costrinsero a lasciare il calcio, Bologna e la sua famiglia per intraprendere un viaggio dell’orrore senza ritorno verso Auschwitz. Aveva 48 anni Weisz e la sua storia l’abbiamo conosciuta attraverso il libro del direttore del Guerin Sportivo, Matteo Marani. Poi è diventato un servizio di Lorenzo Buffa realizzata per Sky. Martedì 9 dicembre 2014, questo video è stato proiettato al Liceo Vincenzo Monti di Cesena, di fronte a ragazze e ragazzi di 16 e 17 anni. E ha acceso un dibattito ampio, profondo, che dal calcio è arrivato a toccare temi sociali, come quello della cittadinanza. Una ragazza di origini senegalesi, ad esempio, ha chiesto al bosniaco Davor Jozić, responsabile tecnico del settore giovanile dell’AC Cesena: “I tuoi figli sono nati qui, ma come si considerano loro? E cosa sono io, che sono nera ma nata in Italia e ho sentito le prime parole in italiano dalla voce di un’infermiera bianca?”. Il calcio fa riflettere, sa far parlare di se e di ciò che gli sta intorno.

L’iniziativa rientra nel progetto “Il Calciastorie” lanciato da Lega serie A e da Uisp-Unione Italiana Sport per tutti. Altri ne seguiranno e noi ve li racconteremo. Il calcio sociale e per tutti ha per campo il verde spelacchiato di campi di periferia e le aule fatiscenti delle scuole italiane. Però sa emozionare, e nel calcio ce n’è tanta di gente pronta a farlo. Con fantasia, intelligenza, passione.

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