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NEL MIO CALCIO IL GRUPPO È FONDAMENTALE

I consigli dell’allenatore dei Liberi Rari Nantes, squadra romana interamente formata da calciatori rifugiati e migranti. Comunicazione, regole e conoscenza di chi si ha di fronte.

Salvatore Lisciandrello, palermitano di 39 anni, è insegnante di educazione fisica e ha alle spalle tanti anni spesi a occuparsi di cultura motoria da trasmettere ai ragazzini della sua città. Dal 2011 ha cambiato vita, è partito dalla Sicilia per Milano e da lì per Roma. Per seguire la sua compagna, ingegnere chimico, costretta dal suo lavoro di qua e di là. È così ha incontrato la sua squadra di calcio. «Dal 2014 sono l’allenatore del Liberi Nantes Football Club – racconta Lisciandrello – il lavoro coi ragazzi mi appassiona e per ottenere il meglio da loro punto tutto sulla chiarezza nella comunicazione, ma ammetto che non sempre ci riesco al cento per cento.» Già, la comunicazione. Che lingua parli? Partiamo da qui, non è mica facile farsi capire da ragazzi migranti che vengono da ogni angolo dell’Africa, come dall’Afghanistan: «la prima regola è con me stesso: riservare il dovuto rispetto a questi ragazzi, cerco di esprimermi nelle lingue che conoscono, quindi in inglese, in francese e in italiano. Tra loro si fanno capire, anche se i flussi migratori cambiano. Sono io che mi devo adattare. Molti parlano mandingo, una lingua di una regione tra Gambia e Costa D'Avorio».

 

Che tipo di allenatore sei?

«Molto rigoroso. Ho imparato a conoscere i ragazzi, ho impostato il rapporto con loro in maniera diretta, partendo da che cosa sono i Liberi Nantes, questa squadra così particolare riconosciuta dall’Unhcr, che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo politico.  Ho detto che avrei provato a dare un profilo tecnico alla squadra. Non mi piaceva assecondare i capricci dei singoli. Ho cercato di fissare dei paletti: rispettare gli orari e mandarsi dei messaggi se ci sono dei problemi validi.»                                           

                                                                          

Il 10 maggio scorso è finito il settimo campionato consecutivo nella Terza Categoria di Roma, dove i Liberi Nantes giocano fuori classifica.

«Abbiamo vinto tanto quest’anno: 16 partite su 26, mica male. Ho impostato con ognuno dei ragazzi una specie di patto: io ti garantisco dei buoni allenamenti, ti trasmetto concetti di calcio, ti dono il mio tempo. Il calcio motiva di per sé, ha un potere catalizzante importante. Tu, in campo, devi darmi qualcosa in cambio. Io non voglio compatire nessuno. Formare una squadra significa dimenticare quello che c'è un attimo prima e quello che c'è un attimo dopo dall’ingresso sul terreno di gioco.»

Come hai conosciuto i Liberi Nantes?

«Attraverso i Mondiali antirazzisti e l’Uisp. Ho sempre lavorato nel sociale, per dare un senso alla vita, per migliorare la società, cercando di fare un po' in quella direzione. Nell'ambiente che frequento, quello dei collettivi e dei centri sociali, la competenza sportiva non è comune, spesso ti senti un pesce fuor d'acqua. Invece lo sport è vita, ha in sé forza e coraggio, aiuta a ridurre le distanze, crea coesione e solidarietà.»

 

Com'è stato il primo incontro con i ragazzi?

«Non è stato semplice, per molti di loro non sono consoni i ritmi occidentali, hanno un modo diverso di pensare, alcuni non sono abituati a rispettare orari. Io penso che se devono trovarsi un lavoro devono anche imparare l'importanza della puntualità. Qualche volta arrivano in ritardo anche quando hanno appuntamenti importanti, ad esempio quando si tratta di ottenere documenti o consulenza legale. Sono abituati a dare importanza a cose differenti rispetto a noi. Cerco di far capire loro che il vivere da noi presuppone il rispetto di codici che possono essere anche molto lontani dai loro.»

 

Questa esperienza di allenatore di una squadra composta interamente da migranti quali considerazioni ti suggerisce? Hai qualche consiglio da dare ai tuoi colleghi?

«Primo consiglio: non guadare esclusivamente la parte tecnica. Porsi un obiettivo primario: formare un gruppo. Partire da lì e non smettere mai di farsi questa domanda: come può crescere il gruppo? Quali iniziative si possono promuovere per rafforzarlo, sia con il calcio sia con attività che vanno oltre il gioco? La gestione di uno spogliatoio non è semplice. Le regole, anche severe, aiutano. La prima cosa che ho detto ai ragazzi è stata questa: proviamo a trasmettere all’esterno un'idea di compattezza, una linea comune.  Quindi consiglio di dare molta importanza all'aspetto umano e alla serietà della persona. Se guardi solo l'aspetto tecnico rischi di privilegiare elementi che non danno tutto, che ad esempio si allenano con discontinuità. E così perdi tutte le partite. Noi ci alleniamo due volte a settimana più la gara.»

 

Allenamenti e partita, attività che hanno cominciato a far parte della vita normale. Come lo è la lavatrice che fa bella mostra di sé insieme ai fili e alle mollette per stendere magliette e panni, nel campo XXV aprile di Pietralata, a Roma. Una vita normale fatta anche di calcio, può aiutare a non sentirsi unicamente uomini in fuga (leggi gli altri articoli di Ivano Maiorella).. Per sostenere i Liberi Nantes si può sottoscrivere la campagna di crowdfunding attraverso il sito ufficiale della squadra http://www.liberinantes.org.

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