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CALCIO: COSTRUIRE UNA SQUADRA

I consigli di Sergio Borra per trasformare un gruppo di calciatori in un team vincente. L’esperienza di un grande formatore al servizio degli allenatori.

Sergio Borra è tra i relatori dello stage: Didattica e Obiettivi nel Precampionato, che si svolgerà il 2-3 luglio a Colorno (PR). Clicca sull'immagine per saperne di più

Si sa: un conto è guidare un gruppo, un altro è fare di quel gruppo una squadra. Esistono regole e principi che possano aiutare un allenatore a muovere i primi passi in una nuova realtà o che comunque possano suggerire a chi siede sulla stessa panchina da qualche anno “manovre” e “schemi” inediti ed efficaci per fare il salto di qualità? Lo abbiamo chiesto a Sergio Borra, amministratore delegato della Dale Carnegie Italia, parte integrante di Dale Carnegie Training, multinazionale americana di formazione aziendale, manageriale e comportamentale presente in 90 Paesi. Con lui abbiamo affrontato diversi argomenti, a cominciare da quali sono le fondamenta da gettare per costruire un team vincente. 
 

Da cosa non può prescindere una squadra?
«Dalla fiducia totale tra i suoi componenti, che non permette il formarsi di schieramenti e partiti. Se c’è fiducia, esisterà solo il “noi squadra” e non più un “noi e loro” che identifica la presenza di gruppi contrapposti. Con squadra intendo non solo allenatore e giocatori, ma anche magazzinieri, autista, segretaria, giardiniere e addirittura tifosi.»
 

Quali sono i vantaggi concreti e immediati che ha un team in cui c’è fiducia incondizionata?
«Fa risparmiare tempo, prima di tutto. Se tra allenatore e giocatori c’è fiducia, non ci saranno fraintendimenti: potrà anche essersi spiegato male, ma il suo calciatore avrà capito quanto gli ha detto e gli ha chiesto. La fiducia, inoltre, porta ad aprirsi, a raccontare della propria sfera personale, abbattendo eventuali barriere tra le persone.»

Basta la fiducia per creare una squadra?

«La fiducia è alla base. Poi, è necessario saper gestire i conflitti. Siamo portati a pensarli in negativo, ma non sempre è così. Se utilizzati bene e risolti, rivitalizzano l’ambiente. Quante volte, un team, dopo aver gestito dei disaccordi, si è posto degli obiettivi e ha lottato unito per raggiungerli? Il conflitto, perciò, una volta risolto può essere costruttivo. Diventa distruttivo quando è “politico” e quando è guidato dalla competizione non sana, cioè dove l’obiettivo è avere ragione a prescindere.»
 

 A quali altri aspetti un allenatore deve prestare attenzione?
«Sicuramente a quello che gli americani chiamano commitment, ovvero l’impegno, il costi quel che costi. È aver chiaro che il successo è privo di sudore solo sul vocabolario. Quello che fa la differenza tra un campione e un giocatore è che il primo si allena sia quando ha voglia sia quando vorrebbe fare altro, nei giorni buoni e in quelli meno buoni.  Non deve poi mancare l’accountability, che potremmo tradurre con essere sul pezzo: indica la pressione positiva, il pungolarsi per sostenersi e aiutarsi a vicenda.»
 

Aspettative e risultati: che ruolo giocano nella costruzione di una squadra?
«Il focus sul risultato non può mancare, perché alla fine è l’aspetto che conta di più. In un team vincente le persone non hanno difficoltà a mettere rispettivamente sul tavolo le proprie aspettative, definire chiaramente quali sono i propri obiettivi e, addirittura, a condividerli con tutti i componenti della squadra, dai giocatori al magazziniere, dal giardiniere che cura il campo alla segretaria.»
 

A proposito di obiettivi, spesso la società ne dichiara anche di non coerenti con la realtà. Per fare un esempio: la squadra ha tutte le carte per salvarsi, ma all’esterno si parla di promozione. In questo caso l’allenatore deve appoggiare la dirigenza o per lui è fondamentale un patto che lo sollevi dall’accettare tale situazione? 
«Penso che un allenatore conquisti la fiducia della squadra rimanendo coerente con i suoi principi e guidandola con i propri comportamenti che rappresentano un esempio. Pur non essendo responsabile della situazione creata dalla società, nel momento in cui decide di non fare nulla per cambiare, diventa suo malgrado un complice. Ci si deve sempre assumere le proprie responsabilità, rispondendo a tre domande: cosa voglio, quanto mi costa e sono disposto a pagarne il prezzo?» 
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