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ALLENARE NOSTRO FIGLIO: SI O NO?

Essere mister e assieme genitore di un giovane è compito difficile. Può limitare il processo di emancipazione del ragazzo e disturbarne il senso del pudore.

«Sono un genitore di due ragazzi che fanno sport, la femmina il volley, il maschio ama il calcio. Il ragazzo ha 13 anni e gioca nella squadra che alleno sin da quando era piccino. Faccio il mister da più di 20 anni e ho sempre pensato che allenare mio figlio mi avrebbe creato dei problemi, ma anche che avrei potuto risolverli con un po’ di buon senso. In società sono forse considerato il più esperto, il più tecnico. I miei dirigenti se potessero mi farebbero allenare cinque squadre, ma io resisto alla guida della mia, anche se so che devo confrontarmi in continuazione con questo anomalo rapporto fra allenatore - padre e giocatore - figlio. Però sono sicuro che è lui quello che soffre di più, perché finisco per pretendere di più e gli altri ragazzi invece immaginano che sia protetto. Non oso nemmeno pensare cosa passa nella testa dei genitori degli altri ragazzi. Per ora non trovo nessuno che può sostituirmi, sono tutti disponibili a venire ogni tanto ma non a prendere impegni seri. Lasciare la squadra sarebbe dannoso per tutti, quindi devo imparare a convivere con il mio problema e soprattutto cercare di non fare disastri con mio figlio. Non so cosa fare.»

Questa è una mail che ho ricevuto al termine di un incontro presso una società sportiva. Allenare la squadra in cui gioca anche il mio bambino o la mia bambina, con le opportunità e i rischi che questa situazione comporta.

 

CHE FARE?

Dico subito la mia opinione: in linea generale è meglio evitare che ciò accada. È una situazione che rischia di scontentare tutti. Mette il genitore in uno stato di conflitto di interessi da un punto di vista educativo e può generare mancanza di rispetto verso il figlio. Al ragazzo o alla ragazza, può creare problemi nel rapporto con i compagni di squadra.

Al di là della buona fede e della buona volontà solo “uno su mille” ne esce indenne. Ne vale la pena? Quali possono essere i vantaggi? Facciamo qualche considerazione in più.

Può un padre essere anche mister di suo figlio?

LO SPORT EMANCIPA QUINDI SEPARA

Tutto parte dalla considerazione, ci auguriamo condivisa, che l’attività sportiva va considerata un efficace processo di emancipazione e separazione del ragazzo dai genitori, ovvero un passaggio dalla dipendenza all’autonomia, non privo di prove, fatiche ed errori.

Non si può pretendere di avviare quello che è un fisiologico corso delle cose senza distacco, ed è difficile e paradossale che sia il genitore stesso a insegnare al ragazzo come ci si separi restandogli, tuttavia, attaccato. Inoltre, dal punto di vista dei figli, ci sono aspetti e momenti di tale processo, anche nell’attività sportiva, che è bene avvengano al riparo dallo sguardo invadente (benché premuroso) del genitore. Non ci può essere emancipazione se la persona dalla quale noi ci dobbiamo svincolare è la stessa che ci dovrebbe aiutare a farlo, in questo caso l’allenatore.

 

RISPETTO PER IL PUDORE DEI FIGLI

Nella crescita di un giovane, inoltre, gioca un ruolo rilevante il suo senso del pudore. È un sentimento che sfocia in comportamenti a esso legati e il genitore lo deve rispettare. Lo sport mette il ragazzo allo scoperto, egli ha bisogno di salvaguardare la propria immagine e autostima per non sentirsi “nudo” agli occhi degli altri, soprattutto di mamma e papà.

Avere pudore sportivo dei figli quindi, significa non pretendere di vedere e sapere tutto; mettere distanza tra l’amore interessato del genitore e le tante situazioni di inevitabile fragilità e insicurezza che l’attività sportiva comporta.

Ma come è possibile ripararsi dallo sguardo del genitore che coincide con quello dell’allenatore? Dov’è il sottile confine tra i due visto che l’allenatore deve poter vedere e sapere tutto, a livello sportivo e non solo, dei suoi atleti?

Le esperienze vissute nello sport sono una buona occasione per creare momenti di dialogo, comunicazione, e confronto fra genitori e figli. A maggior ragione se ciò accade nella fascia d’età dell’inevitabile periodo in cui i ragazzi tendono a chiudersi. Ma se tutto è stato già consumato, detto discusso e confrontato durante gli allenamenti e la partita come è possibile che ci sia ancora qualcosa da condividere? Certamente le esperienze al riguardo sono tante, come pure le sfumature che rendono ogni situazione diversa dall’altra. Condividerle aiuta a crescere come genitori e forse anche a sbagliare meno. Il dibattito è aperto: aspettiamo contributi, riflessioni, esperienze… (Foto Casati)

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