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DALLA PARTE DEI GIOVANI CALCIATORI

Le ultime battute di Don Alessio Albertini, in questa intervista, sono dedicate al “duro lavoro” dell’educatore. Qualche suggerimento ad allenatori, genitori e società calcistiche

«La prospettiva educativa è una fatica in carico a tutti, di qualsiasi estrazione noi si sia.» Inizia con questa profonda considerazione di don Alessio Albertini la terza parte della nostra intervista della quale è protagonista.

 

Allenatori, genitori e società, quindi, sono tutti chiamati a educare. Le tornano i conti?

«Ultimamente le cose si sono complicate. Fino a qualche anno fa l’agenzia educativa era riconosciuta tale da tutti: l’insegnante come l’allenatore erano considerati depositari dell’attività valoriale ed educativa. Nessuno si permetteva di mettere in dubbio il loro operato, se si ponevano in opposizione critica con l’allievo. Oggi vengono presi di petto dai genitori a ogni refolo di vento. Questo porta ancora più confusione, perché l’istruttore bravo se la cava adesso come se l’è sempre cavata, mentre quelli più impacciati vanno in difficoltà e con loro tutto il lavoro educativo.»

 

A cosa è dovuta, secondo lei, questa “confusione”?

«Oggi non esistono più i “recinti protetti”. A casa, in passato, un bambino conosceva esattamente e chiaramente quali regole vigevano. Bisognava trasgredirle di nascosto, e lo stesso era all’interno della società calcistica o in oratorio. Non era ammessa nessuna discussione: se non le seguivi e ti “beccavano”, pagavi le conseguenze. Ora i “recinti protetti” sono scavalcati da tutti i social network, il mondo della comunicazione globale e facilmente accessibile ha invaso le nostre case. Così il genitore fatica, perché non ha più il filtro che aveva prima. Una volta si trasmettevano valori, principi nei quali si credeva e regole di vita, che il figlio, crescendo, avrebbe fatto suoi. Non è più così: basta che quel che dice il genitore venga screditato sul web a colpi di like a far nascere nel ragazzo insicurezza e qualche domanda: chi ha ragione? Il criterio di verità chi lo stabilisce?»

 

Come si relaziona in un contesto in cui oggi il suo ruolo educativo non è così riconosciuto e dove sentire dire ho sbagliato è quasi impossibile?

«È vero, neanche la figura del prete è di riferimento come una volta. Anche noi come gli allenatori e gli insegnanti, insomma come tutti coloro che hanno a che fare con i giovani a scopo educativo, dobbiamo affrontare il cambiamento. Penso che innanzitutto sia molto importante l’autorevolezza, far vedere che le cose che contano sono così importanti perché hanno valore soprattutto per te; che non stai recitando una parte, e questo un ragazzo lo sente e lo vede. L’autorevolezza nasce non dal non sbagliare mai, ma dal saper riconoscere il proprio errore. Saperlo fare dà maggiore credibilità. Capita di essere in difficoltà con i ragazzi, di non riuscire a parlare la stessa lingua. In questi casi, a volte, è importante far sentire che noi adulti non siamo padroni di una verità, ma con loro ne condividiamo la ricerca. E questo anche se si tratta di persone, allievi giocatori, che da noi si aspettano qualcosa in più. Papa Benedetto XVI ha detto una cosa molto bella riguardo agli insegnanti, estendibile agli allenatori ovviamente: “La cosa più bella che un insegnante può fare non è trasmettere notizie ma segnare il cuore”. Noi invece spesso abbiamo la pretesa del risultato. Per segnarli devono vedere anche le nostre incertezze, i nostri piccoli fallimenti.»

Leggi la prima parte dell’intervistaleggi la seconda parte dell’intervistaleggi tutte le altre interviste esclusive realizzate da Allfootball.

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