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CALCIO: GENITORI, FIGLI E FALSI IDOLI

Non contrastate, ma assecondate e guidate le infatuazioni dei vostri figli per i loro campioni, sono passeggere ma ne possono trarre beneficio.

Una delle ragioni che rende affascinante il mondo dello sport è l’inesauribile offerta e proposta di modelli da imitare ed emulare. Quelli scelti dai ragazzi sono ovviamente i campioni: è a loro che si vorrebbe assomigliare così vengono costantemente imitati: dal gesto tecnico all’acconciatura, dalla maglia alle scarpe e così via…  A volte gli idoli di riferimento scelti dai figli non convincono i genitori se non addirittura fanno preoccupare. Ma in queste situazioni è difficile e sostanzialmente inutile provare a contrastare o resistere alla forza influenzante dell’idolo di turno. In questo caso si ha a che fare infatti con una sorta di innamoramento, il bambino si comporta da tale nei riguardi del suo campione - modello: diventa “cieco e sordo”, perde il contatto con la realtà. Lo sport, in questo, “mette le ali”, è un fattore incentivante di passione e immaginazione. Sognare di essere un campione, quel campione, è per il giovane un’esperienza bellissima e utilissima, che i genitori devono imparare a rispettare. Non è mai consigliabile svegliare i ragazzi da un bel sogno però occorre essere sempre pronti a intervenire quando l’infatuazione, inevitabilmente, svanisce. Come deve allora regolarsi un genitore?

 

NON CHIUDETEVI IN DIFESA

La prima cosa da fare è non “chiudersi in difesa”, ovvero non limitarsi a subire lasciandosi andare a inopportune gelosie o addirittura gettare la spugna prendendo semplicemente atto della situazione. Se non puoi battere il tuo avversario – dicono gli esperti di strategia – allora cerca di fartelo amico. È importante quindi che papà e mamma si informino, si mostrino competenti in materia e soprattutto sappiano riconoscere e valorizzare gli aspetti positivi di quel campione distinguendoli da quelli più discutibili.  In secondo luogo occorre che i genitori provino a mettersi nei panni dei ragazzi, recuperando dalla memoria e dal cuore modelli e miti di cui loro erano innamorati da giovani, questo li aiuterà a meglio condividere l’esperienza con i figli. Solo così si riesce ad avere la lucidità e la pazienza necessarie per aiutare i bambini a gustare il bello delle emozioni che il loro campione suscita, ma anche avvertirli dei rischi e delle delusioni in cui possono incappare.

 

CERCATE DI “APRIRE IL GIOCO”

Va sempre tenuto presente che i modelli sportivi non sono tutti uguali pertanto un genitore attento può e deve “allargare e aprire il gioco”. Bisogna svolgere una funzione di orientamento, segnalando al figlio modelli migliori, commentando apertamente pregi e difetti dei campioni che vanno per la maggiore, suggerendo esempi meno famosi ma altrettanto accattivanti.  Infine la cosa più importante è accompagnare il figlio a comprendere che la parte più bella ed entusiasmante che c’è nel vero campione non è nei risultati o nei gesti tecnici – mete irraggiungibili che il bambino può solo invidiare -  ma nel suo modo di affrontare la sfida, comportarsi con l’avversario, confrontarsi con i suoi limiti, gioire per la vittoria, reagire alla sconfitta e gestire l’imprevisto. Tutti aspetti e situazioni che anche il bambino sperimenta e rispetto ai quali necessita di indicazioni e soluzioni. 

 

I VALORI DELLO SPORT CHE VALGONO NELLA VITA

Un genitore attento deve trovare il modo di valorizzare, agli occhi del figlio, gli aspetti più importanti dell’essere dei campioni, mettendo in evidenza l’importanza della tenuta emotiva, della correttezza e della ricerca sempre di fare il meglio che si può.  Il genitore che crede nel valore educativo dello sport propone come modelli i veri vincenti e cioè i fuoriclasse che hanno saputo imparare dalle sconfitte.

 

TRASMETTIAMO I MESSAGGI GIUSTI

Un esempio, a questo proposito, viene da Eric Cantona che in passato è stato certamente un campione ma non sempre un modello positivo. Nel film “Il mio amico Eric” un appassionato tifoso chiede al francese (ricordandogli i suoi gol più spettacolari) quale sia il gesto sportivo del quale è più orgoglioso, il più bello in assoluto. Cantona gli risponde: «Nessuno di questi. Il gesto più bello non è stato un gol ma un passaggio.  Quella volta – continua Eric osservando l’espressione stupita dell’altro – tutti si aspettavano che io tirassi in porta. Invece ho mandato il mio compagno in rete». Il tifoso allora replica… «Ma se il tuo compagno avesse sbagliato…»  e Cantona conclude: «Quando giochi in una squadra ti devi fidare». Imparare a fidarsi vale dunque più di un gol fantastico. Sono messaggi come questi che occorre trasmettere ai ragazzi. Altrimenti rischiamo di confondere i sogni con il sonnambulismo, non solo sportivo ma soprattutto etico.

 

Leggi gli altri post a cura di Roberto Mauri

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